sabato 7 maggio 2011

Paura della cultura

Paolo Grassi
Il "mio" Teatro del Popolo di Gallarate nasce nel 1921 - come "Casa del Proletariato" - grazie alla sottoscrizione volontaria degli operai della zona aderenti alla Camera del Lavoro.  Un teatro, appunto, del popolo. Nasce anche sulla base di un manifesto programmatico staordinariamente moderno, che recitava: 

"Il teatro del Popolo non è e non deve essere inteso come mezzo per offrire al pubblico proletario solo delle produzioni a carattere nettamente di parte, ma il mezzo più efficace per lo studio immediato delle diverse concezioni della vita: per dare al lavoratore quel grado di cultura che gli permetta di conoscere a fondo la società in cui vive”.

Non molto differente da quanto scrive Paolo Grassi nel 1947 a proposito del Piccolo Teatro:

"Noi non crediamo che il teatro sia una decorosa sopravvivenza di abitudini mondane o un astratto omaggio alla cultura. Il teatro resta il luogo dove la comunità adunandosi liberamente e contemplare e a rivivere, si rivela a se stessa; il luogo dove fa la prova di una parola da accettare o da respingere: di una parola che accolta, diventerà domani un centro del suo operare, suggerirà ritmo e misura ai suoi sogni". 

Il teatro - e la cultura - come strumento di elevazione. Un'idea che, già in sè, implica l'immagine dell'"ascesa verso l'alto". Sempre con Paolo Grassi: 

"Trasformare il teatro significa oggi trasformare il pubblico. Trasformare il pubblico, significa dar modo al vero e miglior pubblico che ha sensibilità e passione per l’arte, di accedere in platea. […] In termini più concreti sarà un teatro per tutti: non escluderà gli abituali frequentatori ma anzi offrirà loro, al di fuori dello snob, testi che non trovano vita nei repertori regolari, e attrarrà, con tutti i mezzi, il grande pubblico reclutandolo nelle scuole e nelle officine anzitutto". 

Ora: ieri ho partecipato ad un interessante dibattito sulla cultura a Varese, organizzato dal giovane candidato del PD Andrea Civati. Tra i vari interventi, tuttavia, mi è parso di scorgere il filo rosso - non nuovo ma, a mio modo di vedere, sempre molto preoccupante - della paura di far riferimento alla cultura (anche solo sul piano terminologico) come orizzonte iperuranico, strutturalmente snob, spaventoso, tedioso o "scolastico" per "i giovani". La cultura "alta" come una inevitabile fantozziana "boiata pazzesca", da cui fuggire a gambe levate o a cui sostituire una cultura più "popolare", che faccia più "presa", che riesca a "coinvolgere" i ggggiovani.

Qualche anno fa questa stessa tesi era stata espressa o suggerita da un'amica giornalista a proposito del grande successo riscosso al Teatro Apollonio di Varese dallo spettacolo "A un passo dal sogno", realizzato dal Team di "Amici" di Maria De Filippi:

"Solo così il teatro rivive, solo così il pubblico può ricominciare davvero a riconoscere ed apprezzare le differenze tra quel che è fatto bene e quel che no, quello che ha dietro riflessioni approfondite e menti sveglie e quello che è arraffazzonato per sfruttare il momento. Perchè di questo il teatro ha bisogno, per continuare a vivere in un mondo dove lo spettacolo arriva già a domicilio: non la sclerosi da "teatro colto" che ha ingessato trent'anni di spettacolo italiano (e che ne ha, ormai, di fatto, ucciso la prosa)".

Giorgio Gaber, in un bel monologo tanti anni fa, diceva: “Mia nonna nel 1948 votava DC, ora vota PCI. – Un bello spostamento a sinistra? – No, è la politica che si è spostata a destra, mia nonna è rimasta lì!”.

Vedi come funziona la teoria della relatività? Dipende dal quadro di riferimento fisso che assumi. L’aria tanto meno è inquinata quanto più innalzi i livelli della soglia d’attenzione. La sinistra tanto più può vincere quanto più cessa di essere sinistra...

E il teatro? Il teatro tanto più si può “salvare” quanto più cessa di essere teatro per diventare qualcosa d’altro, televisione, intrattenimento, talk-show?

Per favore, non scherziamo. Ancora una volta, anziché ragionare sull’antica, nobile e democratica idea della “formazione del pubblico” si abbassa la soglia dell’arte ed arte diviene ciò che è immediatamente gradito, consumato, goduto. L’arte come ancella dell’audience. L’arte che tanto più è arte quanto meno è arte. E quanto più viene enfatizzata l’idea di “godimento”, di “partecipazione del pubblico”, tanto più viene sottolineata la necessità di una corrispondenza lineare anche qualitativa – misurabile e quantificabile – tra domanda ed offerta del servizio stesso. Sempre con Gaber: "non è il numero, è la testa".

L’errore è nel pensare (o nel suggerire) che il teatro “colto” sia o debba essere – necessariamente – teatro paludato in rituali élitari, e che il suo contraltare sia non già un’azione volta al rinnovamento della scena e della platea (anche in senso anagrafico) ma la mortificazione della scena e la “semplificazione” della platea, della sua intelligenza e delle sue opzioni estetiche.

Eppure un teatro popolare – che è e rimane profondamente teatro – esiste e resiste, nonostante tutto, e ha pubblici giovani, consistenti, significativi: esistono Ascanio Celestini, Marco Paolini, Emma Dante, Serena Sinigaglia... Ed esiste anche un Teatro di Prosa (apparentemente) più tradizionale ma intelligente e vivo: penso per esempio al Teatro dell’Elfo come "modello" anche economico di una compagnia che ha costruito un suo pubblico affezionatissimo e giovane, una sua solida economia d’impresa e che si è ben guardato dal trasformarsi (anche negli anni della “Milano da bere”) in una sorta di "Teatro Parioli" dedito all’intrattenimento.

"Salvare" il teatro nell’era della televisione non può significare trasformarlo in qualcosa che non è. Che razza di salvataggio è? Come il teatro in TV non è né teatro né TV, così la TV in teatro non è né teatro né TV. Quel che salva il teatro, semmai, è l’orgogliosa e coerente rivendicazione della sua profonda “alterità” artistica e – al contempo – un’azione profonda di sostegno pubblico all’estensione massima possibile del suo godimento. Cambiare la testa dei programmatori e degli amministratori per cambiare (ed arricchire) la platea.

E questo anche in chiave di politica e sostegno pubblico alla cultura: la mia persuasione, che rivendico ormai senza alcun imbarazzo e con la convinzione che si tratti di una presa di posizione di sinistra, è che – senza esclusività - il luogo della politica teatrale pubblica debba essere il luogo in cui abitano Shakespeare e Kieslowski, Celestini e Paolini, ben più degli “Amici” di Maria De Filippi o dei Fratelli Vanzina. Che la ratio del Welfare in campo culturale sia solo nella promozione ed il sostegno della cultura “alta”, tanto più perché – in una triste proporzione inversa - questa cultura portatrice di maggior valore è – in una prospettiva economica – a più alto rischio di disavanzo, maggiormente bisognosa di sostegno e caratterizzata da un maggior disequilibrio di mercato.

Il tutto lungo un’idea sinceramente democratica (pare paradossale) di cultura “alta”: come di un vero e proprio diritto civile, di un bene pubblico. L’idea che la cultura (ammesso che si possa avere un'idea condivisa di ciò che il termine significa) possa estendersi a tutti, essere fruibile da tutti, essere cultura popolare anche quando affronta i temi della filosofia o dell'arte contemporanea, mantenendo il suo carattere fondamentale: l'arricchimento - in senso molto concreto - della vita delle comunità e degli individui che ne fanno parte.

E quando sostengo che quest'approccio alla spesa pubblica per la cultura è, secondo me, di sinistra lo sto dicendo proprio alla sinistra, in chiave anche polemica: per scongiurare, in epoca di "maanchismo", la voglia di politiche culturali piattamente nazional-popolari, che declinando in forma semplificata la nobile idea di "cultura popolare" rischiano di tradurla al ribasso, più in linea con il Grande Fratello che con Roberto Leydi. Nella persuasione - espressa in buona o cattiva fede - che "si parta da lì" e che - con una metafora - bere Coca Cola a raffica aiuti, in futuro, ad apprezzare il Barolo. Liberissimi di farlo: senza però tentare di convincermi che la Coca Cola - che io del resto amo molto - può rientrare nella sfera dell'alta cucina.

Altrimenti, davvero, una tonnellata di salamelle ci seppellirà.

giovedì 5 maggio 2011

Un'inspiegabile assenza - Il Teatro Ragazzi

Se in un articolo di alcuni giorni fa, Piccoli concittadini invisibili, esponevo le ragioni fondative di un'attenzione privilegiata all'infanzia in materia di politica culturale, oggi mi piace l'idea di porre un problema molto semplice e lineare. 
Non si tratta, in questo caso, di un programma di ricerca di respiro particolarmente complesso ma, molto più banalmente e linearmente, della segnalazione di un'assenza. Un'assenza di fatto del tutto inspiegabile, quantomeno sul piano della sostenibilità economica, della funzione e del servizio pubblico, del senso culturale.

In breve: la città di Varese - se si eccettua uno sporadico esperimento biennale effettuato presso l'Auditorium della Scuola Media Don Rimoldi di San Fermo sul finire degli anni '90 e le coraggiose e lodevolissime rassegne per famiglie organizzate negli ultimi anni al Cinema Teatro Nuovo dalla Compagnia Progetto Zattera – non ha mai organizzato in forma sistematica stagioni teatrali, scolastiche (in matinée) e per famiglie (domenicali pomeridiane), rivolte all'infanzia e alla gioventù. 

E questo, ripeto, è davvero inspiegabile: il teatro ragazzi si caratterizza dalla sua nascita - un dato che è insieme la sua forza e paradossalmente la sua debolezza - per la sua quasi incredibile e strutturale sostenibilità dal punto di vista dell'equilibrio di bilancio. Un dato ampiamente corroborato da dati storici ed economici, dalla crescita del settore in questi anni, dal fatto che il teatro per ragazzi rappresenta uno tra i comparti più sani del sistema imprenditoriale dello spettacolo sia dal punto di vista del numero di recite e giornate lavorative (e quindi del fatturato delle imprese e dei loro standards occupazionali) sia dal punto di vista delle presenze certificate dalla SIAE al botteghino. Un'economia sana in entrata e in uscita.

Cachet bassi, a volte di sussistenza, che consentono di praticare (anche per ragioni culturali e politiche) prezzi al pubblico calmieratissimi. Un'organizzazione che, rivolgendosi direttamente alle scuole, consente di contare su numeri aggregati straordinariamente significativi e tendenzialmente prossimi al pareggio tra entrate e uscite. La capacità di creare relazione e reale formazione, attraverso il tradizionale incontro di approfondimento con i ragazzi che caratterizza la conclusione dello spettacolo. Persino la possibilità - nelle realtà in cui vi è più forte relazione concertativa tra l'universo scolastico e la direzione artistica - di concordare preliminarmente con gli insegnanti gli spettacoli ospitati nelle rassegne, così da accertare già a valle della programmazione l'esistenza di un interesse, di una domanda, di tematiche condivise (e quindi, ancora una volta, un equilibrio che è al contempo economico, artistico e di servizio).
  
Questo valga, a maggior ragione a Varese, in un contesto cittadino che potrebbe aspirare "naturalmente" al ruolo di punto attrattore per un vastissimo bacino territoriale, denso di scuole di ogni ordine e grado. 

Proprio per questo – anche prescindendo dalle valutazioni di carattere strettamente culturale o "filosofico" – il quadro varesino appare paradossale. Varese spicca di fatto come l'unico capoluogo lombardo che non abbia gettato uno sguardo di sistema sull'attività teatrale rivolta all'infanzia. Di sistema: con rassegne che - come la Stagione Teatrale e la Stagione Musicale - siano stabili, certe, ricorrenti, attese. Non ri-negoziate di anno in anno - come accade per la rassegna domenicale della Zattera - e di anno in anno, ovviamente, segnate e ridimensionate dalla progressiva emorragia delle risorse pubbliche.

E' così difficile? Non credo, e alla fine di questo pezzo - come appendice - "darò alcuni numeri" ad evidenziarne la strutturale sostenibilità. 

Eppure il teatro per bambini viene via via declinato nei termini di sporadiche attività a cavallo tra l'animazione e l'intrattenimento fine a se stesso, in occasione delle festività o di qualche ricorrenza che consenta di coniugare commercio e ludus. Spesso, nel contempo, ricorrendo a professionalità quantomeno discutibili (ma a basso costo, quando non gratuite), nella supposizione – francamente avvilente – che all'infanzia in campo teatrale si possa propinare qualsiasi cosa, senza alcun risvolto educativo, formativo, men che meno culturale.

E', credo, una questione che ha profondamente a che vedere con visioni del mondo e della cultura, con una sostanziale svalutazione del carattere potenzialmente strategico dell'attività di spettacolo rivolta all'infanzia e alla gioventù. Molto semplicemente: il teatro ragazzi non interessa. Non è compreso. Non viene considerato attività culturale. Viene come al solito banalizzato ed appiattito sulla dimensione della formazione dei pubblici adulti di domani o assimilato tout court alle attività di svago. O interessa solo se, e in quanto, può rappresentare una risorsa spendibile in termini di immagine, di rilancio turistico, sostanzialmente di marketing o "spaccio" della cultura.  

Ma stiamo parlando dei bambini. In città che non pensano ai loro bambini - e non sono progettate, né pensate, in funzione del futuro - dalle famiglie ma anche dalla scuola emerge, con sempre maggior frequenza, una domanda di possibilità di svago, crescita, cultura, ricreazione e socializzazione per figli al contrario  tendenzialmente "monadici", isolati nel gioco e nell'apprendimento, silenziosi, straordinariamente "tecnologici" ma votati ad una "navigazione" esclusivamente telematica.

Ora: è' del tutto evidente che il teatro non è, né può essere, la panacea o l'antidoto di processi che paiono davvero investire l'intero dominio dello scambio e della vita sociale. Il teatro, in particolare il teatro per l'infanzia e la gioventù, è forse poca cosa. Anche in relazione ai bisogni dell'infanzia.  

E' tuttavia – direbbe Raymond Carver – "una cosa piccola, ma buona".

Perché il teatro e le sue forme possono aspirare al piccolo ma insostituibile ruolo di veicolo di briciole di cultura, comunicazione e relazione capaci forse di innescare lievi, ma fondamentali, processi in controtendenza. Il teatro ragazzi - quello serio, professionale, quello che da quarant'anni è compagno di strada di bambini, genitori ed insegnanti nella lunga strada verso la crescita - afferma costitutivamente il senso di un processo di relazione con un pubblico che, molto più di quanto non accada nel "teatro adulti", retroagisce con quanto accade "là sopra", ne modifica anche profondamente la storia e gli eventi; un teatro di evocazione, implicita nella logica dello spazio scenico e radicalmente negli stessi mezzi di produzione che caratterizzano il settore: un'evocazione che richiede la partecipazione del pubblico, l'attenzione attiva alla "creazione" di eventi, oggetti e dinamiche invisibili ma presenti in scena, un invito all'immaginazione.

E nelle rassegne, nell'attività seminariale e laboratoriale, nelle funzioni di servizio e consulenza al mondo della scuola, nel ruolo socializzante che ne caratterizza la storia è possibile sostenere che il teatro ragazzi assolve di fatto da quarant'anni una funzione pubblica, ponendosi come portatore di fattori di crescita, di cultura, di civiltà e configurandosi come momento importante della ricchezza formativa di cui il mondo dell'educazione deve essere portatore.

APPENDICE: dare i numeri, entrare nel concreto

Una buona rassegna di Teatro Ragazzi per le scuole - che possa aspirare ad essere punto attrattore per la partecipazione di un pubblico non solo cittadino - potrebbe prevedere l'ospitalità, diciamo, di circa 10 spettacoli rivolti alle scuole materne, elementari e medie (mi si perdoni la terminologia "antica", ma ci intendiamo).
Esagerando - e sapendo che il cachet medio attuale di uno spettacolo di Teatro Ragazzi professionale oscilla tra i 1.200 e i 2.000 € - il costo di una rassegna di queste dimensioni si può attestare su una spesa massimale di 20.000 €, comprensiva dei costi organizzativi e promozionali (che, in caso di cartelloni rivolti alle scuole, sono prossimi allo zero).

Supponendo una credibilissima presenza media di c.ca 350 bambini a spettacolo che paghino un biglietto d'ingresso calmieratissimo pari a 5 €, la rassegna può aspirare ad un volume in entrata di c.ca 17.500 €. Con oneri SIAE proporzionali che si aggirano intorno al 13,5% - cioè c.ca 2.350 € - l'intera iniziativa si assesta su un disavanzo tendenziale pari a 4.850 €. Per dieci spettacoli e 3.500 presenze.

Un investimento pari a 1,38 € a bambino in un progetto che arricchirebbe la città, la completerebbe e - probabilmente - potrebbe, se solo lo si volesse, porre in circolo risorse provenienti da assessorati diversi: dalla Cultura, ma anche dalla Pubblica Istruzione. Ma anche, infine, dall'Amministrazione Provinciale

Come si vede, ancora una volta il problema sono solo le volontà politiche, non la mancanza di risorse.

"Il libro del mondo" - Un Festival delle Culture

"L’altro giorno ho chiesto ad una amica commerciante: “Sai cos’è l’Italia?”. “L’Italia è Varese” mi ha risposto". (Dal Diario di Guido Morselli)

Trovo molto significativo e interessante che - sia pure nel panorama per lo più piuttosto desolante o rituale che caratterizza i "paragrafetti sulla cultura" - nel quadro dei diversi programmi elettorali che si vanno via via precisando in questi giorni ricorra con una certa frequenza l'idea di un Festival per la città di Varese. Se ne parla - tra l'altro con riferimento esplicito a "quelle esperienze teatrali di grande valore di cui il nostro Paese è ricchissimo, ma che fanno fatica a penetrare nei circuiti ufficiali" - nel programma di Unione Italiana (evidentissimo copyright, per chi lo conosce, by Raimondo Fassa); se ne parla, con maggiore genericità e "buttato lì" come ultimo punto, nel programma di Lega e PDL: "Creazione di un Festival della Cultura che promuova al suo interno l'arte in tutte le sue forme espressive (letteratura, teatro, cinema, pittura, scultura, musica, fotografia, ecc.)"; se ne parla infine, con molta maggior chiarezza e definizione di intenti, nel programma del PD: "... che il valore internazionale che la città di Varese ha assunto negli ultimi cinquant’anni (a partire dalla costituzione in loco della prima scuola europea e dalla successiva accoglienza di studenti africani presso il collegio De Filippi, fino alla significativa attuale presenza di molti stranieri di ogni età e di comunità etniche) sia rafforzato attraverso il “dialogo tra le culture”, ponendo in relazione costruttiva e arricchente le tradizioni locali e l’apporto valoriale e folklorico dei cittadini e delle comunità straniere. A tale proposito proponiamo di rafforzare, con la istituzione di un Festival delle culture, le diverse manifestazioni già attivate sul territorio a tale proposito, identificando nella amministrazione comunale cittadina l’istituzione promotrice del valore dell’accoglienza, del confronto e della integrazione".

Buone idee, davvero. Idee che - armonizzate, condivise e perseguite con significativi investimenti, qualità, rigore e serietà non propagandistica o "di periodo" - consentirebbero la convergenza e valorizzazione di una pluralità di bisogni e di esperienze nel tempo interrotte o semplicemente lasciate estinguere.
Penso, per esempio, alla fine un po' ingloriosa di "Amor di Libro" o alla sostanziale scomparsa del repertorio dell'arte scenica contemporanea (in tutte le sue espressioni) dal panorama cittadino; penso al continuo (e un po' assurdo, per certi versi) confronto con l'esperienza di Mantova ma anche - oltrepassando l'assurdità - alla straordinaria valenza anche turistica che un Festival realmente aperto al mondo potrebbe avere, per esempio attraverso la valorizzazione reale delle nostre reali ricchezze artistiche, paesaggistiche e culturali.

Penso, soprattutto, alla meravigliosa ironia di contrappasso che una città tradizionalmente considerata "chiusa", "gretta", "bottegaia", e definita pochi anni or sono "gruzzoletto dell'umanità" dalla corrosiva penna di Michele Serra, potrebbe dimostrare con una scelta in questa direzione, tornando capoluogo e collocandosi a pieno diritto e seriamente nel contesto delle città vive della nostra Regione e dell'intero Paese.
Cerchiamo di "sognare ad occhi aperti". Fingo di esserne l'organizzatore, la sola cosa che so fare. 
Mi immagino anzitutto il titolo, che richiama la strofa della splendida Khorakhane di Fabrizio De Andrè: "Il libro del mondo", a segnalare da subito la ricchezza di esperienze a cui la manifestazione vorrebbe aprirsi, nel segno dell'accoglienza, della bellezza di "un mondo a colori", della curiosità. 

Un Festival: quindi un'iniziativa che si snodi lungo una decina di giorni consecutivi, che preveda un programma che - aprendosi ogni anno a tutte le culture del mondo e a tutti i linguaggi dell'arte - proponga quotidianamente una pluralità di appuntamenti nel campo del teatro (anche per bambini), della danza, della letteratura, della poesia, del cinema, della musica. Magari immaginando, di anno in anno, un focus particolarmente dedicato all'approfondimento delle tradizioni di una specifica area geografica o di un Paese.

Un Festival: una manifestazione, quindi, che si caratterizzi per lo strutturale coinvolgimento - ideativo, progettuale, organizzativo - della comunità locale a tutti i livelli. Farsi rete e sistema: dalle strutture ricettive al sistema della ristorazione, dall'associazionismo agli Enti di Promozione Turistica. Una manifestazione che scombini e trasformi la stessa atmosfera del tessuto urbano cittadino attraverso l'incursione dell'arte e della cultura nella dinamica del tran tran quotidiano. Che impieghi e valorizzi appieno l'intero complesso delle strutture cittadine: dall'Apollonio al Santuccio, dalla Sala Veratti alla Sala Nicolini, da Villa Panza all'Auditorium sino al Sacro Monte, ai Giardini Estensi, a Villa Ponti...

Un Festival: quindi una manifestazione di ampio respiro, ricorrente, stabile, con uno staff, che viene progettata con cura nell'arco di un intero anno in vista dell'edizione successiva (questo avviene a Mantova, a Santarcangelo, a Cividale del Friuli, a Spoleto). Che radicalmente aspira alla sprovincializzazione e che quindi interpreta se stesso ed il proprio ruolo anche come investimento. Che quindi non chiede agli artisti - neppure a quelli locali - di lavorare gratuitamente, ma ne riconosce anche economicamente il valore... 

Fuori dal sogno: questa cosa è possibile? E' possibile immaginare un percorso in questa direzione per un Comune che - almeno sino ad oggi e comunque con riferimento a tutto il 2011 - non ha un Assessore alla Cultura e opera tagli al bilancio sul comparto pari all'80%?

Non lo so, francamente: certo solo i progetti d'orizzonte e di grande respiro possono indicare delle direzioni. E quindi, per esempio, consentire di avviare reali studi di fattibilità, contatti trasversali concreti con gli universi possibili del reperimento di risorse (dalle imprese agli Istituti di Credito, dalla Camera di Commercio alle Fondazioni bancarie, dalla grande distribuzione sino alla famigerata Arcus S.p.a., al Ministero, alla Regione, alla Provincia sino a giungere - perchè no? - alla prospettiva del mecenatismo privato).

E allora, perchè non provarci realmente? Altri - penso a Mantova - hanno iniziato a fantasticare come "quattro amici al bar"... Poi ai sogni, lentamente, sono cresciute le gambe. Ma il libro del mondo bisogna saperlo leggere.

mercoledì 4 maggio 2011

Un'idea al giorno, come una mela, per Varese


Un'idea al giorno. Da oggi. Per il teatro e la cultura. Che sono il mio mestiere. L'unico che credo di saper fare, un po'.

Tutti i candidati delle altre liste, a quanto vedo, ogni giorno, appena posano piede sul tappetino, di fianco al comodino, si inventano una cazzata da dire e comunicare urbi et orbi su qualsiasi argomento ("mmmm... e oggi? Oggi cosa racconto? Ah, ecco: la ginnastica all'aperto... gli skateboard... la movida che fa bene... il sindaco dei giovani con contratto a progetto... l'expo, che fa tanto trendy e lascia credere che non ho fatto una beata mazza fino ad oggi perché aspettavo il 2015, ma ora... ", ecc. ecc...). Citano beatamente Adam Smith facendolo passare, sul piano della sintassi, per uno scolaro di prima elementare, per giunta un po' asino (cfr. Massimo Rovera) o declamano con aria arguta Raymond Aron ribattezzandolo Raymond Aronne (cfr. Giuseppe Vuolo), denunciandone dunque la stretta parentela con Mosé.

Quindi anch'io, da domani, proverò a buttare lì un'idea - o una cazzata - tutti i giorni. Filo rosso, l'idea che la cultura è altro dall'intrattenimento.

Idee come programmi di ricerca, come spunti di riflessione, come temi per altrettanti concreti studi di fattibilità. I temi? Non necessariamente in ordine: (1) Un festival delle culture, che coniughi i linguaggi del teatro, del cinema, della poesia, della letteratura, dell'arte lungo un percorso nella ricchezza di un mondo molto più grande della padania; (2) Una rassegna stabile, permanente e finanziata di Teatro per Ragazzi, scolastico e per famiglie; (3) Il recupero di quel che fu Altri Percorsi e dei linguaggi del Teatro d'Innovazione come parte organica della programmazione teatrale cittadina; (4) La creazione di uno spazio pubblico e stabile di promozione della creatività giovanile in campo artistico e culturale; (5) Il superamento della metafora degli orticelli identitari delle realtà culturali varesine - tanto cara al Sindaco Fontana, di fatto come alibi - attraverso lo studio di una possibile Fondazione di partecipazione, che nasca dal basso, coaguli le realtà locali in un'unica progettualità e che trovi l'amministrazione disponibnile all'ascolto e al finanziamento; (6) L'istituzione di un centro studi-promozione culturale finalizzato alla elaborazione ed analisi di progetti concreti per il reperimento di risorse presso Fondazioni Bancarie, Regione, Comunità Europea, Imprese private. (7) Un progetto organico di sistematica gestione artistico-organizzativa per il Teatro Santuccio. Ecc., ecc.

Temi di analisi ovviamente non indipendenti gli uni dagli altri - e anzi profondamente interconnessi - che potrebbero forse iniziare a delineare l'idea di un sistema? Vedremo. Intanto - come la fatidica mela del proverbio (e del dipinto di Magritte) - io curerò la mia salute mentale affrontandone uno al giorno.

martedì 26 aprile 2011

Piccoli concittadini invisibili

Quando raggiunsero il fianco della montagna un meraviglioso portale vi si aprì, come se si fosse creata improvvisamente una caverna; il Pifferaio entrò e i bambini lo seguirono, e quando alla fine tutti furono all'interno, la porta nella montagna si chiuse velocemente.

E così Hamelin - la città gretta ed ingrata che aveva rifiutato riconoscenza al pifferaio - resta sospesa nell'incubo ad occhi aperti di un futuro svanito. I suoi bambini - ciò che sarà, ciò che sarebbe potuto accadere - se ne sono andati. Per sempre.

E Varese? Dove sono i bambini di Varese?

Scomparsi anch'essi, dall'orizzonte tutto adulto dei nostri programmi elettorali? E, quando fanno la loro comparsa nella residuale considerazione della politica, di quali bambini stiamo parlando?  

Bersagli pubblicitari e mercantili, “nati per comprare” – dal titolo di uno splendido saggio di alcuni anni fa - costruiti e modellati (raramente frequentati o conosciuti) secondo gli stereotipi di un immaginario (e di un utile) tutto adulto, che alterna - a seconda dell’angolo visuale - il mito dell’innocenza a quello delle baby gang, l’enfasi sulle mode alla “terribile semplificazione” del bambino visto esclusivamente come “futuro adulto”? O bambini a cui regalare un po' di bamboleggiante panem et circenses natalizio, preferibilmente con la sponsorizzazione o il patrocinio fortemente visibile di questo o quel Centro Commerciale?

Eppure i Signori Bambini, direbbe Daniel Pennac, sono qui, nostri concittadini invisibili, così come sono ora, con la loro ricchezza e complessità, con la loro sostanziale compiutezza in divenire (non sembri un paradosso) che merita attenzione, considerazione e stima.

Bolle di sapone sensibili ad ogni alito di vento, fragili e rapidissime a spezzarsi al più piccolo turbamento, eppure al contempo dotate di una resistenza e solidità sorprendenti: il segreto della bolla di sapone - come quello dell'infanzia - va rintracciato nella sapiente consistenza e preparazione della sua materia, nella delicatezza (ma anche nella sicurezza) del gesto con cui l'animatore/artista (e, per stare in metafora, il genitore, l'insegnante, il mondo) consegna la sfera, ormai libera, all'aria. Pronta per un volo lieve ma solido, il più duraturo possibile.

Un approccio all'infanzia che muove, soprattutto, da un'idea seria di rispetto: rispetto dei tempi e ritmi della crescita - fisica, emotiva, intellettuale - ma anche della necessità di una sua costruzione, non svilita né avvilita al ribasso. Che riesca a coniugare leggerezza ed allegria con la consistenza del pensiero, lo svago con la cultura e l'educazione: fino a scoprire che queste apparenti antitesi sono, appunto, solo apparenti. Che l'allegria educa e che il pensiero ci alleggerisce l'animo: che solidità e lievità, insieme, sono le chiavi del nostro vivere nel mondo.

Una città che provi a muovare anche da queste premesse - come accade per esempio nel programma elettorale di Marco Astuti e della sua coalizione a Malnate - non può tuttavia che rovesciare, è bene che se ne abbia consapevolezza, il catalogo e l'ordine delle tradizionali, e spesso miopi, priorità politico-amministrative. Perché - al di là della forza evocativa e della nobiltà programmatica dello slogan - probabilmente non è vero che "se va bene per i bambini  va bene per tutti". 

Con le parole di Sandra Zampa (La Repubblica, 4 novembre 2010): 

"In una città dove i bambini e gli adolescenti stanno bene, dove possono vivere sentendosi a casa propria, difficilmente non vivranno altrettanto bene gli adulti. Il loro benessere misura quello di noi 'grandi' ed è a partire dalle loro difficoltà, dal loro disagio e dalle loro sofferenze che potremmo misurare l'inadeguatezza della città che da adulti abbiamo costruito (...) Ogni euro speso per il benessere dei bambini e degli adolescenti è ben speso. Il benessere delle loro vite attraversa ogni pagina dell'agenda degli impegni di un'amministrazione. Dalla qualità dell'aria allo sport, dal tempo libero alla scuola e all'educazione, dai programmi di integrazione al verde, fino alla viabilità".

Occorre coraggio: occorre saper costruire, in tempi di "coperte corte", teoremi radicalmente diversi, costruiti sul primato - anche e soprattutto finanziario - della scuola e della cultura, delle biblioteche e dell'ambiente. Con lo stesso coraggio, credo, occorre anche ricostruire - a partire da qui - l'anima di una sinistra che non sempre ha mostrato una sensibilità particolarmente reattiva a questi temi, se non in termini di contrapposizione.

lunedì 25 aprile 2011

"La Provincia" del 24 aprile 2011

Uno spettro si aggira per Varese

Trovo abbastanza sconcertante che - da molti, quasi da tutti i candidati Sindaco - venga in questi giorni indicata come priorità cittadina la costruzione, tra le mura della Caserma Garibaldi, del nuovo Teatro Comunale. Pare uno spettro che si aggira per Varese e che ogni tanto fa qua e là la sua comparsa con gran rumor di ferraglie, per lo più - mi pare - solo propagandistiche e certamente senza un pensiero serio relativo alla gestione del dopo e al senso dell'operazione.
Da operatore teatrale, chiedo tuttavia: qualcuno è in grado di spiegare concretamente perchè si tratta di una priorità?  E si tratta davvero di una priorità?

Quel che è interessante e sintomatico nell'intero dibattito sull'argomento - almeno da quando esiste il Teatro Apollonio (che mi ostino pervicacemente a chiamare così in omaggio ad uno dei padri del Piccolo Teatro) - è infatti la varietà sostanzialmente monocorde degli accenti, che raramente si concentrano sul cosa per dedicarsi puntualmente al dove nel suo dato quasi esclusivamente estetico-architettonico. Il Teatro Apollonio è "brutto", il Teatro Apollonio è "freddo", "ha una pessima acustica", "Varese si merita un bel teatro", ecc. ecc.

Ma qualcuno ha mai visto il "Salone CRT" di Via Dini a Milano? Si trova nell'estrema periferia della metropoli, verso Piazzale Abbiategrasso: uno spazio davvero disagevole, basso, decisamente bruttino, a tratti persino un po' inquietante. Ma lì, in quello strano complesso, dalla fine degli anni '70 sono passati tutti i maestri del teatro del Novecento, modificando radicalmente lo stesso teatro italiano, formandone le nuove generazioni: dal Kantor della Classe Morta a Grotowski, da Eugenio Barba al Living Theatre a Peter Schumann. Non sono le mura - o quantomeno non solo - a costruire il teatro: è la sua identità, il pensiero che vi è contenuto. Quel che vi accade, l'arte che vi prende forma.

E' forse per questo che il dibattito sul nuovo teatro comunale - entro gli  estremi in cui si è sostanzialmente svolto sinora - non mi appassiona per niente: perché un teatro, bene o male, c'è già. Coi suoi limiti strutturali ed estetici, (che semmai potrebbero, in parte, essere affrontati in termini di ristrutturazione) ma c'è. Esiste, programma, costruisce cartelloni, attira spesso vasti pubblici. Si tratta di un luogo che ha avuto se non altro il grande merito, in questi anni e dopo l'abbandono del Cinema Impero da parte del Comune, di mantener viva la programmazione cittadina dello spettacolo dal vivo in forma sistematica. A questo si è successivamente aggiunto, in tempi ancor più prossimi, il nuovo Teatro Santuccio, che vive attualmente senza un gestore e - mi pare - senza un pensiero sistematico: uno spazio forse più affascinante ma al contempo, indiscutibilmente, più adatto a forme elementari o semplificate dello spettacolo dal vivo, a incontri, readings, conferenze. Senza dimenticare, poi e infine, la ricchezza anche qualitativa della programmazione del Cinema Teatro Nuovo: uno spazio che potrebbe serenamente aspirare a porsi come primario polo cittadino per il Teatro d'innovazione, un teatro - legato anche al rinnovamento generazionale dei pubblici - di cui si avverte profondamente la mancanza.

Quel che mi appassiona, quindi, non è la discussione dei luoghi in sé quanto piuttosto - come dicevo - una riflessione sulla loro possibile vocazione, nel quadro di un più complessivo esame di quello che potremmo definire - con qualche forzatura - "PGT dello spettacolo" sul territorio cittadino. E il nodo consiste  semmai nel restituire l'Apollonio ad un'idea di teatro pubblico, o quantomeno di teatro anche sul piano qualitativo a funzione pubblica, almeno parzialmente sganciato (come avviene per esempio per la Stagione Musicale) dalle logiche commerciali che inevitabilmente caratterizzano una gestione privata. Quel che mi pare occorre ripensare è un teatro dei cittadini, un luogo che voglia, programmaticamente, sempre più aprirsi ad un pubblico non rituale, che si reca a teatro anche perché avverte il bisogno di esperienze culturali che creino inquietudini, lascino un segno, attivino emozioni, producano spazi per il pensiero. Una dimensione che dunque - nell'oltrepassare la consuetudine del teatro come intrattenimento fine a se stesso o ricerca esclusiva della risata e della spensieratezza - non possa al contrario che divenire luogo di dibattito, occhio aperto sulla contemporaneità e sulle sue contraddizioni, vera e propria piazza per la riflessione di una comunità su di sé attraverso quel che accade in scena (e dopo quel che è accaduto in scena), attraverso la relazione con un'arte che si confronta con il mondo.

Nessuno, significativamente, ha anche solo accennato a tutto questo. E tutto vien sostanzialmente dato per scontato, in un'operazione che pare più legata all'estetica e alla propaganda che al senso delle cose. Nel progetto "Garibaldi/Repubblica" manca esattamente questo - un'idea pubblica rispetto al poi e all'anima culturale del nuovo teatro - ma, soprattutto, una seria valutazione del costo sociale, ambientale ed urbanistico che la città dovrà pagare in termini di ulteriore cementificazione legata allo schema del project financing (la proposta in campo presuppone la copertura dei costi con un nuovo insediamento edilizio di 37mila mq di superficie!). Cosa accadrà della piazza? E dello spazio dove attualmente ha sede l'Apollonio? E siamo certi, davvero certi, che il progetto - in questi tempi di crisi straordinaria del mercato immobiliare a tutti livelli - stia davvero andando avanti? E a quali condizioni?

In conclusione: quel che occorre ripensare prioritariamente - credo - non sono tanto gli spazi ma la politica culturale pubblica, i modelli gestionali, l'investimento in qualità e in progetti di sistema, la capacità di proiettarsi nel futuro pensando alla cultura come ad un investimento per la città e per i suoi cittadini, e non come una spesa. Una nuova cattedrale, priva di risorse e collocata in un deserto di cemento senza questa riflessione a monte non serve proprio a nulla.